domenica 25 maggio 2014

Il carrello dello studente in crisi



Continua il mio viaggio attraverso alcuni elementi che inducano a capire le persone senza prendersi la briga di conoscerle. Tempo fa, in uno dei primi interventi di questo blog, il vostro affezionatissimo sosteneva che per conoscere una persona si debba guardare la sua camera da letto.
Pur conservando questa convinzione, forte dell’esperienza che continua a non smentirmi, ho imparato a conoscere le persone dal loro carrello della spesa.

I supermercati che gravitano intorno alla fermata Piola a Milano sono assediati da studenti come me che improvvisano, almeno una volta a settimana, una sorta di spesa. Ho provato a riassumere alcune categorie di spesaioli che settimanalmente incontro:

Il bamboccio
Il bamboccio non sa cucinare, questo bisogna subito sottolinearlo. Il reparto surgelato è il suo preferito, ci compra di tutto. La pizza, le verdure, il minestrone (che però non mangia mai, ma aveva una confezione così colorata che non ce l’ha fa a lasciarla lì), i funghi, il merluzzo, la cotoletta. Il kebab. Ecco, qui c’è bisogno di una precisazione. Il kebab surgelato costa dai 2,3 ai 3 euro a pacchetto. Milano ha una percentuale di kebabbari pari a quella dei semafori. Ormai con cinque euro ti danno kebab, patatine fritte, ketchup, una pacca sulla spalla e il numero di telefono della sorella (del kebabbaro), che si d’accordo, non è che sia il numero della Hunziker, però va bè. Ma perché cazzo uno deve farsi il kebab a casa?
Ci sono poi delle cose che, se fossi ministro, renderei immediatamente illegali: i venditori di fastweb che ti telefonano prima della undici di mattina, i filari di ombrelloni e lettini sulle spiagge e il purè liofilizzato. Quelli che si comprano il purè liofilizzato meriterebbero di digiunare per una settimana. Per fare il purè bisogna far bollire una patata, schiacciarla e aggiungerci burro, latte e mescolare. Quanto tempo? Esattamente fino a quando non ci si rompa i coglioni, quello è il tempo giusto. 
Piatto forte: pennette al tonno.

La salutista
Categoria prettamente femminile. La composizione del carrello è la seguente: Insalate di ogni genere, jocca, verdure, yogurt vitasnella, cracker dietetici, e attenzione, gallette di riso!
Il meglio di sé la salutista lo sfodera per scegliere l’acqua, venticinque minuti di orologio ad esaminare tutte le etichette del supermercato con tanto di calcolatrice alla mano per calcolare quale tra tutte le ventidue marche presenti  abbia il miglior rapporto di sali minerali, per poi, infine, comprare sempre l’acqua panna che, per inciso, è una merda.
Ovviamente compra tutto bio, e non gliene frega nulla di pagare i pomodori cinque euro al chilo, vuoi mettere?! È bio. Compra quindici confezioni di philapelphia così se lo porta in università con tipo una zucchina. Non cena, che ingrassa. La pasta non la può mangiare, carboidrati e ingrassa. La carne niente perché è vegetariana. Poi il sabato sera beve gin lemon come fosse benzina e si lamenta che forse si stanno un po’ allargando i fianchi. Vedi te… Mette il dolcificante nel caffè e poi non sa dire di no alla brioches al cioccolato e panna grossa come una barca.
Piatto forte: insalata di farro

Il finto chef
Il finto chef entra al supermercato con passo spedito e occhiale da sole ancora in testa. Prende senza guardare il cestino e poi corre che non ha tempo da perdere. Sceglie un ingrediente nuovo a settimana e poi prova a cucinarlo, parrebbe, in maniera originale da vecchio lupo di mare, ma in realtà segue passo passo la ricetta di giallo zafferano unico faro in una notte diversamente molto buia. Ecco che in un carrello fatto con cura spiccano ingredienti assolutamente insoliti come i topinambur o il rognone di vitello.
Predilige il contatto diretto con i commessi al supermercato, anche se è convinto della loro incompetenza, e non è raro sentire domande del tipo: “dove posso trovare le violette bianche da usare come decorazione per il piatto?” scandalizzandosi poi se il commesso non sa rispondere.
Compra cipolle rigorosamente di Tropea e tartufi di Alba, si indigna davanti ai prodotti delle multinazionali ed indugia davanti ai prodotti equosolidali convinto che fare la spesa a km 0 sia andare a farla nel supermercato sotto casa. “sono venuto a piedi, abito qui dietro, più km 0 di così”.
Piatto forte: qualcosa di sua invenzione (che di solito fa cagare)


Il festaiolo
Allora il festaiolo è un po’ un jolly, nel senso che tutti almeno una volta abbiamo fatto i festaioli al supermercato. Di solito è un piccolo gruppo di asini, due, tre, forse quattro. Il primo ha in mano una lista attentamente scritta a casa ed è deciso a comprare tutto quello scritto sopra, uno che aiuta (forse) e due che fanno i pirla. Lo scopo è comprare tutto ciò che occorre per una piccola festa improvvisata in qualche appartamento: patatine, noccioline, forse se va bene, e se c’è un po’ di grana (non il formaggio in questo caso), del salmone e del Philadelphia per fare due tartine. Alcol, camionate d’alcol. Quello con la lista, spinge anche il carrello, confronta i prezzi e pensa minuziosamente a qualsiasi articolo indugiando diversi quarti d’ora della sua vita cercando di decidere se sia meglio la wartseiner o la nastro azzurro.... O magari calcolando i prezzi delle patatine in base al peso sentendosi poi un vero business man per aver risparmiato 8 centesimi sulle patatine alla paprika. Quello che aiuta, appena dentro il supermercato, sceglie dalla lista la cosa più inutile e dice: “per risparmiare tempo io intanto vado a cercare… boh… non lo so… i tovaglioli gialli.” Sta via dodici ore lasciando, di fatto, quello con la lista da solo. Anzi, in compagnia dei due pirla, che nel mentre riempiono il carrello di puttanate, così, per pura gogliardia. Finiscono così nel carrello pannolini, assorbenti, bottiglioni di vino rosso, e non è imprecisione questa, i bottiglioni con l’etichetta con scritto proprio: "vino rosso". Arrivano alla cassa con un pacchetto di patatine alla paprika con tanto di sorrisone dell’imprenditore sopra citato che, appena può, fa presente all’aiuto e ai pirla che grazie a lui hanno risparmiato un casino, due pacchi da 15 kg di noccioline che, si spera qualcuno porti uno scimpanzé perché altrimenti la vedo dura, ed ettolitri di alcol. E anche lì, una qualsiasi forma di strategia è andata a puttane ancora prima di essere pensata. Gin, rhum, vodka (una liscia e una a qualche gusto di merda, più fa schifo più ne vanno fieri) senza niente con cui comporre qualcosa che sembri un cocktail, vino e birra. Ovviamente hanno preso la nastro azzurro, come volevasi dimostrare.
Arriva il momento per loro di pagare e decidono che vogliono dividere per quattro lì, ora e in quel momento, il conto di 69,42 euro. “Eh no lo facciamo ora che poi a casa ci dimentichiamo”. E non è che arrotondano, no, se potessero spezzerebbero a metà le monetine da un centesimo porca troia. E tu nel mentre in coda, ad aspettare loro, quei due o tre mesi, con le stagioni che fanno il loro corso, mi cresce la barba e io che ero venuto solo a comprare lo zucchero che penso quante volte nella mia vita sono stato e sono il festaiolo al supermercato, ricoprendo delle volte il ruolo di quello con la lista, dell’aiuto e del pirla. Si ruota.
Piatto forte: Chupito vodka e rhum perchè si sono dimenticati il succo alla pera.

Nonostante tutti questi soggetti io però sono convinto che, a starci dentro davvero tanto, al supermercato, girovagando tra la lattuga in offerta e i pavesini, tra il riso carnaroli e i ceci sgusciati, potrebbe essere facile trovare persone affini. Al carrefour vicino a casa mia hanno messo un reparto con i biscotti inglesi, i walkers, che io amo alla follia. Sono in pratica dei mini panetti di burro cotti, contengono colesterolo puro. Grasso solidificato. Ne avevo fatto incetta nel mio primo viaggio in Inghilterra e me n’ero portato a casa una scorta. Li mangiavo tornato a casa da scuola, al liceo, sdraito sul letto mentre guardavo Scrubs. Le briciole sulla maglietta, che piegavo per non perderle, e le mangiavo. Pochi giorni fa ho rivisto quell’inconfondibile fila di scatole rosse e nere tutte decorate e mi è venuto un tuffo al cuore. Gli ho comprati e prendendo la scatola ho notato che tutte le file erano intatte, salvo una che aveva una scatola che mancava, era stata acquistata. La donna della mia vita sono sicuro che è quella che ha preso il pacchetto di walkers e badate bene che stavolta me la sto rischiando forte, perché si è vero, non sarà ne una salutista, una bambocciona, una finta chef e nemmeno una festaiola, ma non prendiamoci in giro, perché se mangia quei biscotti al burro verosimilmente avrà un culo come una portaerei. 


giovedì 15 maggio 2014

Sulle spalle il numero 4



La mia seconda partita allo stadio la ricordo distintamente. Anzi, a dirla tutta, la partita non me la ricordo per niente, quello che in realtà ricordo bene sono i momenti prima di salire sulla gradinata di San Siro.
Mi portò mio padre, insieme ad un gruppo di altri amici, uno dei quali aveva i pass per entrare nell’area stampa vicino agli spogliatoi. Mancava poco all’inizio della gara e la stanza era affollata da piccoli gruppi di giornalisti che intervistavano i giocatori che quella domenica avrebbero guardato la partita dagli spalti perché squalificati. C’era Benoit  Cauet, francese dalla chioma bionda fluente. C’era Ivan Zamorano, cileno anch’esso dalla chioma folta, mora lui, nero come tutti i sudamericani. E poi c’era un terzino arrivato tre anni prima dall’Argentina con un sacchetto di plastica e solo due giornalisti ad accoglierlo all’aeroporto, pettinatura  con riga, diventata, col tempo, uno dei suoi marchi di fabbrica. Il suo nome era Javier Aldemar Zanetti, detto "el tractor". Un atleta tutto nervi, scarno, che aveva rischiato di lasciare il mondo del calcio perché troppo magro, non aveva fisico dicevano, col tempo ha dimostrato di essere un atleta d’acciaio, che ad agosto tornava in forma semplicemente scendendo la scaletta dell’aereo di corsa.

Da allora, caro capitano, di cose ne sono cambiate, tante quanti i chilometri che hai percorso su quella fascia destra.
Mentre tu diventavi capitano io diventavo grande. Mentre tu macinavi chilometri il mondo e il calcio intorno a te cambiavano e molti dei miti che lo hanno affollato appendevano le scarpe al chiodo. E’ arrivato anche il tuo momento.
Perché oggi, capitano, se ne va un altro pezzo del calcio quello bello, quello che ti faceva appassionare e sentire appartenente a qualcosa. Il calcio quello dei veri giocatori come Del Piero e Maldini. Il calcio delle bandiere. 
Il calcio dove gli avversari hanno onore e per loro bisogna portare più rispetto che per noi stessi. Il calcio che era un po’ più sport, quello delle luci a San Siro e dove un vero giocatore lo vedevi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia.
Il calcio leggenda, che forse non tornerà più.
Hai salutato il calcio mentre io ero su un aereo che tornava da Amsterdam, anche se il mio cuore era dentro il Meazza, appena tornato a casa ho guardato il video del tuo saluto, sguardo e voce ferma nonostante qualche singhiozzo.
Caro capitano, sei stato più che un giocatore, questo lo sai. Sei stato uno dei veri signori di questo sport, un uomo integro ed un avversario onesto.
Sei stato imprendibile, là sulla fascia.
Sei stato commovente delle volte, quando più nessuno sapeva cosa fare e tu correvi lo stesso.
Sei stato l’unico atleta di cui ho avuto il poster in camera.
Sei stato un uomo d’acciaio, ma con tenerezza.
Lasci il calcio giocato a 41 anni, più di 800 presenze, belle vittorie, parecchie sconfitte ed uno svariato numero di record personali, anche se queste cose poco importano. 
Lasci il calcio giocato e mancherai a tutti quanti.
Ora che finisce ufficialmente un’era, ricorderò sempre com’eri in campo, gol pochi e chilometri tanti. Che poi è quello che mi hai insegnato, cioè che molte volte, per essere i più grandi, non serve fare più goal, serve solo correre senza arrendersi mai.
Ciao capitano, grazie di tutto.




mercoledì 30 aprile 2014

L'amore ai tempi dei voli low cost


Aprile sta finendo e la primavera rischia di entrare nel pieno, risvegliando vecchie nostalgie e sommerse aspirazioni. Che ci crediate o no questo blog ha dei fan, pochi, ma ci sono, che delle volte arrivano a chiedermi cosa penso di un determinato argomento, incitandomi a scrivere un post a riguardo, nemmeno fossi il Dalai Lama o Fabio Volo. Di recente mi è stato chiesto più volte di fare un post sull’amore, cosa che ho cercato con tutte le forze di evitare più o meno da sempre, destreggiandomi come Tomba tra le porte di uno slaloom fra un’occasione che capitava e l’altra, scrivendone al massimo sempre senza nominarlo direttamente, ma cercando di dipingerlo sullo sfondo di alcune storie o suggestioni di questo blog.
Anche perché parlare d’amore vuol dire tutto e niente, c’è troppo da dire, mille sfaccettature e in fin dei conti non so cosa potrei aggiungere io a ciò che è stato già scritto, cantato e recitato. Cercherò almeno di non sprofondare nella banalità, anche se non cadere è impossibile.

Leggevo, poco tempo fa, di una coppia sposata da una settantina d’anni morire lo stesso identico giorno. Avevano girato tutti gli Stati Uniti insieme, nella loro vita, tra le tante cose fatte, come crescere sei figli e sposarsi in gran segreto non ancora maggiorenni. Una vita intera condivisa, e giuro che darei un rene per sapere quanto gli sia stato difficile o quanto invece  un semplice assecondamento di una pulsione e di una passione travolgente. La leggenda, e il racconto, patteggerebbe per la seconda ipotesi. Solo che la vita in generale è difficile che vada proprio così.
Si passa un tempo incalcolabile a cercare di costruirsi una propria identità e un futuro nel quale vivere sereni, il più delle volte da soli, o meglio, esclusivamente per se stessi. Si cerca la propria strada, sperando poi di attaccarci un pezzo alla fine, un/a partner ricercandolo nell’universo mondo con tutte le caratteristiche che cerchiamo. Bionde, more rosse, alte, basse, con occhi blu verdi o marroni. Mi verrebbe da dire cerchi in lega e sedili in pelle. Delle volte l’impressione che si stia scegliendo una macchina e non una compagna un po’ mi viene.
Perché forse il problema sta proprio nello scegliere, perché non si deve proprio scegliere niente. Credo che in amore si scelga molto meno di quello che uno si immagini. Perché le cose, quando vanno bene ed hanno un futuro vanno da sole e quello che possiamo fare noi non è scegliere, è fare in modo di non mettere troppo i bastoni tra le ruote. 
Nasce tutto quando da solo.
Succede tra due persone, scelte a caso nel mondo, che nasca una strana alchimia, una strana attrazione, inizialmente forse solo da una parte. Una curiosità nascosta, un fascino celato e sussurrato nelle orecchie. Un profumo particolare. Quando si vedono hanno troppe cose da dirsi, si accavallano le une sulle altre, mille interessi in comune, la voglia di scoprire insieme un pezzo di mondo. Nasce da un sorriso scambiato per sbaglio, uno sguardo incrociato, lasciato solo, senza bisogno di altre parole. Uno sguardo fine a sè stesso, come un carezza invisibile. L’imbarazzo che nasce da quei due secondi di complicità, ad aspettare un soffio di vento per trasformarsi in magia, due mani che si sfiorano, e quel tempo infinito di due labbra che si stanno per sfiorare, mille dubbi che passano, si annullano, ritornano. Gli occhi che si chiudono, tutto il mondo in un secondo. La foga che non si arresta, le promesse i dubbi, la paura. La pancia che si scalda e quella sensazione straordinaria di non voler essere da nessun’altra parte nel mondo, almeno per quei pochi secondi.
Quando si pensa ad una ragazza e non si immagina di andare a letto con lei, ma che vorresti  più di ogni altra cosa prepararle da mangiare e vedere la sua faccia dopo che assaggia quello che hai cucinato capisci di essere spacciato. Quando succede quello sono cazzi amari. L’attrazione fisica è passata in secondo piano, e si è trasformato tutto in qualcosa di un pochino più grande, e di quella roba lì non ci si libera così facilmente. Sarà anche perché ne capita si e no una all’anno di quelle che davvero ti lacerano qualcosa nel petto. Cucinare per una ragazza è una delle cose più sensuali che ci sia.
Non c’è bisogno di andare a cercarlo l’amore, si presenta alla porta senza telefonare, e quando è davvero bello non aspetta nemmeno che si vada ad aprire, bussa insistentemente gridando e svegliando i vicini.
Entra senza chiedere permesso e non sempre è educato, quasi mai si accomoda sulla poltrona. Mette i piedi sul tavolino, sporca tutto quanto, disfa il letto e lo lascia sfatto per giorni e giorni. Lascia i piatti nel lavandino, che tanto si lavano sempre il giorno dopo.
Certo si può decidere di non aprire la porta e tenerla lo stesso chiusa, la casa ordinata, il letto a posto, senza correre il rischio che arrivi il caos nella propria vita, continuando nei precisi binari che portano al successo, anche se, il rischio, purtroppo c’è anche lì, che quei binari non finiscano mai e si passi la vita a percorrerli guardano il mondo solo dal finestrino.
Senza magari accorgersi che amore è stata proprio quella complicità vissuta per caso con qualcuno, amandosi  segretamente ed inconsapevolmente un sacco di volte e con molta più intensità di altre coppie ufficiali, senza saperlo e senza che nessuno mai glielo dirà, continuando a vivere le proprie vite cavandosela anche piuttosto bene, incrociandosi per caso delle rare volte per la strada lamentandosi di non aver ancora trovato il vero amore. Pensando ancora: prendo una nave e parto, e prima o poi sceglierò la persona giusta.
Perché infine, dopotutto, valutate tutte le ipotesi, vissute tutte le vite che si vuole e trovate tutte le carriere che si cercano, addormentati soli per un numero incalcolabile di notti, anche se non tutte, viaggiato ovunque si voglia a cercare qualcosa che non si cerca, si capisce che nonostante tutto, l’amore, è semplicemente la cosa più bella che possa capitare.


lunedì 14 aprile 2014

Kurt, il circo Zen, ed altri eroi...






C'è gente che fa del male ad altra gente senza motivo e io vorrei massacrarla.
Ma l'unica cosa che riesco a fare è urlare in un microfono.

Kurt Cobain
 


La cosa migliore che mi sia successa nell’ultima settimana è stata indubbiamente la morte della batteria del mio iphone con conseguente inaccensione (non so se esiste la parola) di esso negli ultimi tre giorni. Sono tornato al mio vecchio nokia versione preistoria e devo dire che la cosa mi ha fatto riscoprire sensazioni meravigliose che avevo dimenticato: parlare con la gente senza sentire che arriva una notifica di whatsapp o facebook, leggere l’ora dal polso e non sullo schermo, giocare a snake. La sola cosa che veramente mi manca è l’uso dell’iphone come lettore mp3 dato che avere musica da ascoltare in treno o per strada per me è più importante che indossare le scarpe sull’asfalto.
Ho iniziato a scoprire la musica e ad ascoltare quella che volevo sentire al primo anno di liceo. Fino ad allora il mio repertorio verteva fondamentalmente in un ascolto delle hit che passavano in radio, al festivalbar, e ad una conoscenza assolutamente invidiabile dell’intera discografia di Max Pezzali. La cosa ovviamente non mi rendeva fiero allora, figuratevi adesso.
Minute erano le sollecitazioni che arrivavano da mia madre che metteva a palla Phil Collins e Springsteen, ma ancora non li apprezzavo a dovere, o dai fratelli più grandi dei miei amici che magari ascoltavano band come i Blink 182 o i Green Day aprendomi di fatto le porte alla musica che da quel primo anno di liceo in poi avrei ascoltato per ogni giorno della mia vita.
Con il tempo i miei gusti si sono affinati e sono cambiati e molte band ormai le ascolto davvero poco, ma non per questo non rimangono bene impresse nel mio essere.
C’è una musica giusta per ogni età, questo blog direbbe c’è una musica adeguata ad ogni stagione. A quindici anni se sei un po’ incazzato perché le contraddizioni del mondo iniziano a diventare stridenti ascolti il punk, i ramones, i sex pistols, ti riempi la bocca di slogan tratti dai loro testi e affermi senza indugiare che cambierai il mondo, quel posto così schifoso e marcio nel quale vivi. Dopo un po’ di tempo la rabbia lascia il posto alla ribellione pacifica, alla rivoluzione interire, al viaggio nelle profondità dell’essere, convinti che prima si debba cambiare il proprio io che il mondo: ascolti i doors e i pink floyd, e nel mentre si insinua in testa il pensiero che il mondo non lo cambierai in quel modo e forse, né lo cambierai proprio né probabilmente si ricorderà di te.Una fregatura.
Tutti questi gruppi come molti altri, hanno rappresentato non solo una generazione o i giovani, ma le diverse sfaccettature del loro percorso di crescita, della personalità di milioni di ragazzi che andava a formarsi sui loro accordi e sui loro testi, il contesto culturale e sociale nel quali erano immersi.
Le prime parole di "viva", l'ultimo singolo degli Zen Circus, mi hanno conquistato dalla prima volta che ho ascoltato la canzone, a dicembre, singolo estratto in previsione del nuovo album, perché sembrava scritta per parlare di me. Io, come tanti, ventiquattrenne studente inquieto e smetto di provare a definirmi perché l’andare oltre potrebbe essere molto pericoloso.
Gli Zen Circus sanno cantare perfettamente la nostra epoca, che è quella dei miei vent’anni, così come in generale fa la musica indie, quasi che viene da chiedersi se loro (così come i cani e TARM ecc) abbiano davvero preso il posto di quelle band del passato che prima elencavo. Ma forse non è una domanda lecita perché, come dicevo prima, ad ogni stagione e ad ogni contesto sociale c’è una musica di risposta, ad ogni stagione del mondo e ad ogni stagione della persona. Motivo per cui si sente il bisogno di metter nelle canzoni espressioni come “sto twittando” o “intasandomi gmail”. E motivo per cui ho comprato “canzoni contro la natura” e sono stato a due esibizioni del magico circo Zen uno spettacolo diviso tra eredità di cantautorato nostrano e ammiccamento verso gli artisti d'oltreoceano infarciti di influenze inglesi come  i clash, percependo in entrambe le occasioni di essere al fianco di coetanei come me, dividendo gioie, sogni, inquietudine e paure, anche solo per il tempo di un assolo ma con la violenza di una pogata.
Quello che é certo é che abbiamo un estremo bisogno di qualcuno che canti la nostra epoca e anche se gli Zen non hanno la maledizione del 27 e non entreranno nella rock'n'roll hall of fame quando gli ascolterò tra vent'anni mi porteranno istantaneamente a questi giorni milanesi, la mia prima casa, la mia prima macchinetta del caffè nespresso, 400 euro al mese e il mio letto a soppalco, così come i Ramones mi ricordano i primi giri in motorino e Bob Marley mi porta su una opel zafira sporca con 7000 km di strada davanti.
Ogni generazione ha i suoi di miti, diversi, come diverse sono le angosce e le aspirazioni che le connotano. Siamo ancora inquieti, ma non come negli anni '90. Siamo inquieti perché vogliamo fare troppo, non perché non sappiamo dove andare, o almeno questa é la mia esperienza.


L'8 aprile '94 Kurt Cobain, frontman dei Nirvana nonché idolo dei ragazzi di allora veniva trovato morto nella sua casa sul lago Washington, referto dell’autopsia “morto a causa di un colpo di fucile atuinflitto alla testa”. In quello stesso istante una generazione diventava adulta, in maniera repentina e senza nemmeno il tempo di abituarsi, un po’ come succede nella reltà in effetti. Arriva la maurità un giorno, un giorno in cui si decide di imboccare una delle mille porte aperte davanti, chiudere le altre e non voltarsi più indietro, oppure come in questo caso capita che semplicemente capisci che non è più il tempo di scherzare e bisogna guardare avanti. Kurt rappresentava quella generazione spaventata ma dura allo stesso tempo, un po’ come era lui. Quella stessa generazione che ha sentito il colpo di fucile sul proprio corpo, facendo, per molti di loro, calare il sipario sulla loro giovinezza.
L'8 aprile 1994 avevo 4 anni e nulla sapevo di chi fossero kurt kobain, Novaselic e Dave Ghrol. 20 anni dopo capisco l'importanza che la musica ha sulle generazioni di giovani che incocia e quindi l’importanza che i Nirvana hanno avuto nel mondo della musica, nel rock, nella società che stava andando incontro ad un’evoluzione appunto repentina ed irreversibile, provando ad immaginare cosa potesse significare per un ventenne di allora la morte di Kurt. Perché quello che rappresentava era quell’idea che si potesse essere inquieti ma comuqnue delle rockstar, che si potesse avere problemi pur stando sotto i riflettori e che anzi, il successo non era poi così bello, quella identità che disperatamente cercava la generazione X di cui kurt era l’elemento forse più famoso e rappresentativo. Ora le cose sono un po’ diverse, ma alcuni tratti rimangono invariati: la confusione adolescenziale, il caos esistenziale, la ricerca di un’identità tra le mille a disposizione, l'ansia di diventare adulti ormai non più sfogata in un riff di chitarra ma piuttosto in un insulto su Facebook o Twitter, l'inquetudine che attanaglia, ma anche la consapevolezza dell'importanza degli errori che tutto questo genera, degli errori comuni, come quello che portarono alla creazione di cose incredibili come il riff di smels like teen spirit, rassicurandomi sul fatto che talvolta, sono proprio loro le cose buone che facciamo. Quegli errori, che a volte conducono alla morte come é successi a Kurt, ma che altre volte, ti salvano la vita.


 

lunedì 17 marzo 2014

Pensieri saltati in pentola Wok


Se l’uomo realizzasse la metà dei desideri che ha, raddoppierebbe le sue inquietudini.  
Benjamin Franklin




Inizierei con le scuse per la mia prolungata assenza ma il mondo e gli eventi hanno tessuto una ragnatela volta a non farmi pubblicare nessun pezzo, tanto che forse dovrei prenderlo come un segno, un suggerimento come dire, si, bè, forse è meglio che taci, anche perché, ne sono convinto, non è che voi abbiate smesso di dormire e mangiare bloccati in un’intensa e morbosa attesa di un mio nuovo pezzo. Ma comunque, rieccomi qui a disqusire sul nulla, a divagare sull’inutilità, riecco qui un bel post composto da quel vacuo ciarlare che tanta fortuna ha portato a questo blog.



La wok è una padella utilizzata inizialmente nella cucina cinese,caratterizzata dalla sua tipica forma bombata, le prime non avevano nemmeno un fondo piano, piuttosto pesante e con un lungo manico pratico per far saltare ciò che si cucina. È utilizzata per qualsiasi tipo di cottura dalla frittura alla rosolatura dalla cucina al vapore alla stufatura. Ci si può fare tutto e far saltare tutto, e ai profani come me, che in cucina non stanno molto concentrati perché pensano un po’ ai cazzi loro, succede di tanto in tanto che nella wok, insieme con le zucchine e i gamberetti ci finiscano pure i pensieri di quel momento.

Delle volte le considerazioni migliori si fanno dopo i momenti più impensabili, un po’ come le rivelazioni al cesso. Un pomeriggio all'ikea (a cercare una wok più grande) ha generato in me una serie di pensieri infiniti. Riempivano i corridoi una marea di giovanissime coppie, la maggior parte felici, questo va detto, immersi nella scelta di piatti e bicchieri, divani e cucine, lampade e tappeti,  tanto che la differenza d’interpretazione dei 24 anni miei e delle coppie che ho trovato in giro è diventata stridente, urlava, creava sbigottimento.

Sarà che il tutto è stato condito da un messaggio di un mio amico che mi invitava al battesimo di sua figlia.

Le persone vanno a velocità diverse a seconda della macchina che guidano e soprattutto della strada che scelgono. Quelli come me riuscirebbero a trovare strade piene di tornanti del cazzo persino nel Nevada. Alcuni invece prenderebbero l'autostrada anche per andare da casa al panettiere. 

Tanto che allora nella wok cadono un paio di  pensieri sulla macchina che guido io e quelle che guidano gli amici con cui sono cresciuto o che mi stanno attorno, e quando mi metto a pensare a chi di noi si sposerà per primo, o andrà per primo all’ikea, o avrà un figlio, mi diverto quanto un giornalista di repubblica a fare il totoministri sul web. E ne sono consapevole che pensare Ziopera padre per primo sia come immaginare, che so, Teo Mammuccari al ministero della cultura, o Lapo Elkann all'agricoltura ecco. Che poi oh magari ci sorprende tutti, del resto se pure Gasparri ha fatto il ministro…

La wok che ho comprato è tanto grossa da farci stare tutti i pensieri dell’ultimo mese, pronti per essere stufati, un po come lo sarete voi finito questo post.

Devo essere sincero che non so mai come sentirmi di fronte a chi va ad una velocità tanto diversa dalla mia, provo un cero disagio, anche se, in merito alle relazioni mi accorgo di aver cambiato metro di giudizio rispetto al passato.

 Chiariamoci, se esco con una ragazza, fortunatamente, non mi immagino ancora se potrebbe essere una buona madre, ma diciamo che quanto meno non la richiamo se mi dice che il giorno dopo ha un compito in classe.

E allora butto roba nella wok.

Inizio a cercare determinati lati del carattere nelle ragazze, sempre gli stessi. Come se involontariamente, seppur timidamente, mi stessi incanalando nella vera ricerca dell'anima gemella, convinto che essa, come ogni sorta di elemento perfetto per definizione, non sia tanto un qualcosa che esista, quanto un fine da perseguire, un limite verso cui tendere. E per capire questi lati del carattere bisogna fare un lavoro meticoloso sulle cose microscopiche che si generano nelle relazioni: lo sguardo scambiato nel riflesso sul vetro, il brivido che arriva quando ci si sfiora la pelle, la frequenza cardiaca quando lei parla.

Fortunatamente la carta d’identità dice che la ricerca può rimanere ancora nella fase embrionale e alla luce dei tagli di risorse che gli sto dando, alla ricerca, posso permettermi di toppare ancora qualche volta, non troppe però.

E tornando al toromatrimonio/ toropaternità fra gli amici con i quali non più tardi di cinque anni fa scolavo birre sulle spiagge spagnole e portoghesi, i risultati del mio pensiero cambiano un po’ a seconda del tempo metereologico. Delle volte penso con certezza che sarò io il primo, altre volte invece immagino che sarò l'ultimo, l’eterno scapolo, tutti che mi invitano a matrimoni e battesimi, il testimone di nozze, ricordati di portare le fedi, io mai niente, e quasi per una logica conseguenza divento l'organizzatore ufficiale degli addii al celibato nonché l'invidia dei neosposini sopraffatti dalla routine e dalla carenza di passione che il matrimonio genera, beato te che sei rimasto ancora single e ogni sera ne hai una diversa! E io che penso, si stocazzo che ne ho una diversa a sera, ma grazie della fiducia.

Eppure ci sarà una velocità giusta con la quale andare, senza il rischio di essere fermati per eccesso di velocità, patente e libretto, o senza che quello dietro si attacchi al clacson impedendomi di sentire le cose importanti che la gente mi dice.

Cioè si insomma una via di mezzo tra finire come i due di The river e diventare un marinaio solitario tipo Corto Maltese.


 La domenica sera la wok si riempie, i peniseri si riversano a cascata. Mi innamoro di certe suggestioni, e vivo d'inquetudine per cercare di creare un futuro in cui possano convivere tutte, a tempi diversi. Un futuro in cui ci sarà un momento per perdermi in qualche angolo di mondo e poi uno per andare il sabato pomeriggio a scegliere i mobili all'ikea con la ragazza con quei lati lì che cerco. Il momento in cui si ride e si indugia un attimo sul fasciatoio in ciliegio, un attimo di silenzio e io che penso a come fare a dire a mia madre che non è così vecchia. Un futuro in cui si ama per una notte una sconosciuta che si sente vicina a noi come nessun’altra, e subito dopo un futuro in cui mio fratello mi chiama perché lo ha lasciato la fidanzata e gli spiego che chiusa quella porta si apre una fase meravigliosa dalle sua vita, raccontandoglielo con quel misto di orgoglio, malinconia ed invidia.

Un futuro in cui non farò l’architetto, uno in cui scriverò, uno in cui farò qualcosa che ancora non so.

Un futuro in cui ritrovo un amico che non vedevo da anni e decido di partire un weekend a ricordare le cazzate di quando avevamo 16 anni, uno in cui parto per l’America con l’unica persona che l’America me la può trasmettere, donandomi le risposte che vi ha trovato come un’eredità preziosa. Un futuro dove non mi manca niente e uno in cui mi commuovo riascoltando una canzone dei clash, degli zen, o rivedendo trainspotting. 

Quando le aspettative sono alte anche le paure aumentano. Ma ormai la wok è piena, quelle non ci stanno, ora si deve far saltare tutto con maestria, così che non esca fuori niente, un po’ di sale, due o tre pazzie, e verrà un piatto buonissimo.

purtroppo vivere in maniera inquieta non è sempre facile, ne fanno le spese certe domeniche sera, qualche post, una wok nuova, ma sinceramente, è il solo modo di vivere che conosco.